Incompatibilità e previdenza: il legittimo esercizio dell’attività


In materia di incompatibilità professionali, la CNPADC ha pieno potere di accertamento in merito al legittimo esercizio dell’attività della professione (Corte di Cassazione – Sentenza 24 luglio 2018, n. 19638).

La Suprema Corte accoglie il ricorso proposto dalla Cassa Nazionale di Previdenza ed Assistenza a favore dei Dottori Commercialisti, avverso la sentenza della Corte d’Appello che aveva confermato la sentenza del Tribunale della stessa sede, con la quale si era ritenuto che alla Cassa non spettasse un potere autonomo, qualora fosse mancata una conforme decisione del relativo Ordine professionale, di verificare i requisiti di legittimità dell’esercizio della professione, ai fini del riconoscimento dei corrispondenti anni di iscrizione, requisiti che nel caso di specie, secondo la predetta Cassa, non sarebbero sussistiti a causa dell’esercizio da parte della ricorrente del ruolo di amministratore unico e socio al 75 % di una s.r.l.
La sentenza, in ragione di quanto sopra, aveva altresì accolto la domanda della professionista di percezione della pensione di vecchiaia, attraverso la fruizione anche di quegli anni di iscrizione.
Per la Cassa le è stata negata la possibilità di verificare le situazioni di incompatibilità nell’esercizio della professione ostative al perdurare, nei corrispondenti periodi, dell’iscrizione in ambito previdenziale, poteri in realtà impliciti nell’attribuzione della competenza ad accertare l’effettivo, da intendersi anche come legittimo, esercizio dell’attività propria del dottore commercialista.
Le Sezioni Unite della Suprema Corte hanno stabilito che «la Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza a favore dei Dottori Commercialisti è titolare del potere di accertare, sia all’atto dell’iscrizione ad essa, sia periodicamente, e comunque prima dell’erogazione di qualsiasi trattamento previdenziale, ed a tale limitato fine, che l’esercizio della corrispondente professione non sia stato svolto nelle situazioni di incompatibilità, ancorché quest’ultima non sia stata accertata dal Consiglio dell’Ordine competente. In particolare, detto autonomo potere di accertamento sussiste nel momento della verifica dei presupposti per l’erogazione del trattamento previdenziale, al quale si associa naturalmente la cessazione dell’iscrizione all’Ordine, non potendosi ravvisare ostacolo alcuno nella carenza di una procedura specifica per l’esercizio di esso, risultando le garanzie procedimentali suscettibili di essere in ogni caso assicurate dall’osservanza delle norme generali».
La Corte territoriale non si è attenuta a tali principi e ciò comporta la cassazione della pronuncia impugnata.